In epoca prenuragica e nuragica il Nuorese, a causa del territorio impervio, difficilmente valicabile, non ha conosciuto la densità d’insediamenti di altre zone di pianura o di collina della Sardegna.
La condizione di isolamento ha contribuito ad aggiungere alle manifestazioni dell’arte caratteri originali.
Una delle testimonianze più antiche si trova nelle domus de janas di Oniferi (regione Sas Concas) che risalgono alla prima Età del Bronzo (1800 – 1500 a. C): sulle pareti numerosi graffiti rappresentano figure umane stilizzate, alcune delle quali impegnate in danze collettive, altre capovolte a significare quasi sicuramente il viaggio nell’oltre tomba.
Resti importanti si trovano a Dorgali – Serra Orrios e a Teti – Abini.
Da questi ci sono pervenuti un gran numero di bronzetti, le più pregiate tra le offerte votive deposte dai fedeli.
Le figure di uomini e di animali, le barchette votive, le piccole sculture simboliche e sacre tendono all’essenzialità degli elementi e si arricchiscono di originali elementi fantastici: basti citare il guerriero con quattro occhi e quattro braccia, proveniente da Teti.
Scarse le tracce lasciate in questo territorio da Fenici e Punici, che non fissarono lungo le coste scali che abbiano poi assunto importanza; neppure la presenza romana portò alla fondazione di centri estremamente importanti. Non si andò oltre la creazione di villaggi militari per il controllo delle valli e delle strade, e di altri di carattere agricolo e pastorale che ospitavano i soldati che dopo le campagne di guerra ottenevano le terre in concessione.
Insufficienti anche le notizie sulla reale consistenza di Feronia, presso l’odierna Posada, dove fu rinvenuta la statuetta bronzea di Ercole di ispirazione italico – etrusca.
Privo di segni dell’arte paleocristiana e di quella altomedievale, il territorio della provincia di Nuoro fu tuttavia interessato dai primi influssi romanici nell’isola: sotto l’influsso dei Cistercensi furono eseguiti dei lavori. Edificarono le chiesette di San Pietro di Sindia, di San Lorenzo a Silanus e la grande abbazia di Santa Maria di Cabuabbas, in territorio di Sindia, di cui restano parti della chiesa.
La cattedrale di San Nicola, edificata per il vescovado di Ottana, risente invece degli influssi pisani. Nella cattedrale dello stesso paese è rilevante, nell’ambito della pittura, il polittico della cattedrale attribuito ad autori toscani di ascendenza grottesca: raffigura la Madonna, alcuni personaggi del tempo e storie di San Francesco e San Nicola. Scarse in questo territorio anche le opere collocabili nella corrente pittorica ispano sarda. Ad Olzai, nella chiesa di Santa Barbara, si trova il Retablo della Peste, realizzato tra Quattrocento e Cinquecento da un pittore sconosciuto indicato come “Maestro di Olzai”: predominano gli influssi catalani non esenti da italianismi di marca umbra.
Del periodo tra Cinquecento e Seicento restano alcuni esempi di architettura popolare originale che fonde e interpreta influssi di varia provenienza: la chiesa di San Bachisio a Bolotana, il santuario di San Mauro a Sorgono.
Si passa invece all’ispirazione neoclassica con la cattedrale di Nuoro, opera del frate – architetto Antonio Cano.
Tra Ottocento e Novecento si collocano alcuni casi di importazione di motivi composti in forme moderne nella penisola, in ambienti urbanizzati e industrializzati: ne è l’esempio la statua bronzea del Redentore, del calabrese Vincenzo Jerace, collocata sul Monte Ortobene nel 1901.
A cavallo del Novecento il vivace ambiente culturale del capoluogo, che favorì la formazione letteraria della Deledda e di Sebastiano Satta, consentì anche la fioritura di diverse personalità artistiche: in Sardegna i pittori si recavano nelle zone interne, specie in Barbagia, per trarne motivi d’ispirazione.
Era nuorese lo scultore Francesco Ciusa che, con cupo realismo e rifiutando l’armonia classica delle linee, rappresentava uno dei modi più drammatici della condizione barbaricina. Dopo la seconda guerra mondiale si afferma la figura di Costantino Nivola, formatosi fra Milano e New York, ma di “indelebile” cultura barbaricina. Egli ha lasciato un segno concreto nella sistemazione della piazza Satta di Nuoro ( 1967).